Associazione Giovanni Testori

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È poi tutto qui.

«Non si può partire che da lì: dalla recensione di Giovanni Testori comparsa il primo dicembre 1979 sul Corriere della Sera, alla mostra monografica dedicata a Gae Aulenti nel Padiglione di Arte contemporanea da poco riaperto». Inizia così il ricordo che Giovanni Agosti ha scritto (su Talpa Libri de "Il Manifesto") per l’architetto milanese morta il 1 novembre. In molti ci hanno chiesto di poter rileggere quella recensione di Testori, «monumento della prosa polemica del Novecento».

«Milano – «E’ poi tutto qui? Perché se è così,

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allor lasciamo andare» - l’indimenticabile, strisciante, vellutata, albicocchica voce d’Ornella Vanoni c’inseguiva, con il suo sottile amichevole invito, mentre uscivamo dal Padiglione d’arte contemporanea di via Palestro dopo aver visto (visto? Ma visto che?); Insomma, dopo aver tentato di vedere, quasi terminata, la Mostra di Gae Aulenti (sino alla fine di dicembre). Era tutto lì? Ma se era tutto lì, perché sforzarci di cavarne un «taglio» di terza e non tagliar su, una volta per tutte, tutto? L’impegno, dio mio, l’impegno assunto

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con vibrante core e con fermissima, alfieriana volontà!
Sopra gli alberi spogli dei Giardini e, ancor più, sugli, altri, stenti e rari, di Piazza Cavour dilagava il tramonto; indicibili rosa; tenerissimi, affranti e imploranti violetti (imploranti a chi? A cosa? Al risveglio della pietà nostra di noi? Al ringraziamento dell’iddio?); tenuità di peschi fioriti; dico peschi e sottolineo fioriti; sottolineo come cantava l’altra indimenticabile, cremonesissima, mostardica, sublime voce, quella di Mina (fioriti, dico, al chiudersi del novembre);

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e levi cirri, ferite nubi che s’abbassavano come palpebre di sopra i tetti e le terrazze…
Quel morir, così, del giorno ci ripagava dell’inerzia che il dovere assunto ci aveva obbligati a constatare; ci ripagava anche dell’odontotecnica pochezza, dell’ortopedica inanità, del para – littorio, del para – novecentesco, del para – ritorno all’ordine e continuatissimo, mediocre, fanciullesco riporto. Un Sironi, per favore! Dateci un Sironi! Sia pure dei meno belli… Persino l’Argengario dateci! Che venga, anzi! Sì, che venga l’Argengario,

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qui in Palestro!
S’allargava nell’imminente sera il cuore stesso del cielo. Ad ogni passo i viola smorivano in altri, ancor più imprevedibili, ancor più trepidi, ancor più innamorati…
Ci eravamo armati di tutto punto. Il nome era quello d’una Duchessa o Dogaressa della Palazzina dell’intelligenza radical – espresso – panoramico – repubblichista. Non che, conoscendone l’opera, il tutto ci allarmasse. Disposti però ci eravamo al dovere; o quantomeno, al divertimento dell’irritazione. Nossignori. Neppure all’irritazione riesce

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più ad arrivare, oggi come oggi, la culturetta dei palazzinanti! Siamo al «tilt»; sviene, spira; muore. No! Non un Sironi! Non l’Arengario! I sali, ecco! Sì, i sali!(...)» 

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