Associazione Giovanni Testori

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Brianza's tragedy

Brianza's Tragedy

"Ammazzare la madre. Sbudellarli proprio, lei e il suo amante. La vacca sconsacrata che alla foia di mezza età e ai tiramenti del suo ganzo ha buttato la vita, lasciandosi dietro pure l'omicidio del legittimo consorte e padre e la demenza di una fratella desperata”. Ridotto al sugo, o al grottesco grand guignol, il mito di Oreste si può raccontare anche così. Fattaccio di cronaca (per la cronaca tragedia familiare, appunto) di provincia profonda e marcia. Brianza’s tragedy”.

Se c'è un lavoro che Giovanni Testori ha compiuto

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è stato ritrovare le parole non trovandone, ne ha inventate di nuove: la sua lingua sontuosa e barbarica, ribaltata fino all'urlo per ridare senso reale, vale a dire umano, agli antichi miti. Lavoro inverso e assai più interessante dell'arzigogolo sui classici-classici, delle rivisitazioni uso lusso festivaliere. Se c'è una cosa notevole sulle non sempre notevoli scene italiane è il recente avvicinarsi a Testori autore considerato ostico e quasi indicibile nella sua lingua nova, nel suo cristianesimo vitalissimo e non conciliante da parte di

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uomini di teatro che si supporrebbero, che essi stessi magari si riengono, lontani dall’ultimo Testori profondamente cattolico. Quello ad esempio di sdisOrè una reinvenzione degradata dell'Orestea, ridotta a farsa sanguinaria e paesana che l'artista di Novate scrisse nel 1991, secondo episodio della Branciatrilogia composta per il suo ultimo attore-feticcio, Franco Branciaroli. Portandolo in scena lo scorso anno (per il decennale testoriano) Ferdinando Bruni, volto e anima del Teatro dell'Elfo, ha compiuto proprio uno di questi esemplari movimenti

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d'avvicinamento. Ed è curioso che opere giudicate difficili anche per la loro irriducibilità religiosa, sprigionino nuova potenza proprio nella riscoperta di chi le affronta come puro gesto teatrale.

Bruni e il regista Francesco Frongia hanno ripreso la partitura per (grande) attore solista e l'hanno trasformata in partitura per (grande) attore e fisarmonica (l'unico altro personaggio in scena è uno stranito Pilade-musicien), trasformando al modo dissacrante che è nella tradizione dell'Elfo l'antico teatro “scarrozzante” di Testori-Parenti,

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e anche quello di pura parola, abissale e ieratico di Testori-Branciaroli. Qui la Brianza è solo un fondale da squallido luna park, con siparietti da teatro di strada e cartelli da cantastorie, colori e grafica da fumetto pop. Bruni è uno strapazzato clown con la biacca e le lacrime rosse, burattino meccanico che ospita le parole della lingua mai udita, puro espressionismo, dell’ultimo Testori. Bruni vi aggiunge la mimica e lo sberleffo: la scena dell’uccisione è un grottesco, osceno tango.

Ne esce un Testori “detestorizzato” da una certa

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maniera, e più forte ancora. Come quando ribalta e irride con superba ironia la consolante conclusione di Eschilo, la dea Atena che perdona Oreste per l'alto valore civile del suo gesto. L’antieroe testoriano, (per questo lo chiamo ‘sdisOrè’, perché la negazione si fa totale) rifiuta questa inadeguata uscita non metafisica, ma solo politica o polititicamente corretta, dal male (ben altri sono i perdoni, le riconciliazioni che attende: ‘Il rematore della mia barca, non è ancora venuto’, dice alludendo a un Messia lontano ma presente). Nella

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voce e nel corpo di Bruni l'attesa diventa per-don, don-don, don, il suono manzoniano delle campane d'Inverigo. Brianza's Tragedy, appunto".

Maurizio Crippa, "Il Foglio", 29 maggio 2004