Associazione Giovanni Testori

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Lezioni di sguardi

2005-11-27, Milano, Piazzale Oberdan, con Franco Loi e Luca Doninelli

Presentazione di Alberto Saibene

Non sono mancati negli ultimi anni film ambientati a Milano: dalle commedie “happy hour” che descrivono la città frizzante dei trentenni, agli sguardi sulle periferie dove antichi disagi si confrontano con i problemi delle nuove immigrazioni , ai soliti film “romani” che mostrano della città i più usurati luoghi comuni (ma pur sempre, in qualche misura, veri). Ma ha ragione Stefano Laffi (Lo Straniero, agosto-settembre 2005)

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che l’ultimo sguardo potente su Milano da parte del cinema risale a L’aria serena dell’Ovest (1990) in cui Silvio Soldini seppe catturare il mood provvisorio e sospeso della città prima della caduta del Muro e delle sue conseguenze, e, ancor prima, al ritratto “al nero” del documentario Milano ’83 di Ermanno Olmi in cui si constatava la fine della città partecipativa e solidale con il rinchiudersi in se stessa della società civile.

A riaprire il discorso su Milano ma anche ad insegnare come guardarla ci ha pensato Luca

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Doninelli con Il crollo delle aspettative (Garzanti, 2005) che porta il sottotitolo Scritti insurrezionali su Milano. E’ un libro molto importante che non ci pare sia stato accolto finora con l’interesse adeguato, pur ricevendo numerose recensioni, ma soprattutto non sia stato discusso, verificato rispetto alla città. Da qui nasce anche l’incontro organizzato da Filmmaker con la partecipazione di Franco Loi, il grande poeta che in dialetto milanese ha raccontato i luoghi e la storia pubblica e privata della città dagli anni ’30

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fin quasi al presente e non del tutto estraneo a imprese cinematografiche.

Per Doninelli la spinta a scrivere il libro viene dalla constatazione della situazione di stallo in cui la città e i suoi abitanti versano. Il crollo delle aspettative, la rinuncia al pensare “in grande” o perlomeno a pensare un futuro adeguato alla grandezza del passato, risale a una ventina d’anni fa quando la stagione della grandeur economica e delle energie liberate dal ’68 confluì negli anni del socialismo craxiano con la cura del “particulare”, a

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cui seguì la tabula rasa di Tangentopoli (che lo scrittore giudica negativamente), fino alla bonaccia contemporanea con il pensare in piccolo dei vari sindaci “amministratori di condominio”, peraltro eletti con un consenso diffuso.

Doninelli si iscrive in una tradizione di moralisti lombardi (Parini, Manzoni, Gadda, Testori che è il suo diretto maestro) più volte richiamati nell’opera, che sanno sferzare i costumi irridendoli.

Lo scrittore sa che maralmaldeggiare con gli interlocutori di oggi è fin troppo facile e

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allora costruisce il libro con una prima parte sull’identità di Milano e una seconda attraverso una serie di promenades “benjaminiane” esemplificando il discorso sul territorio. Entrambe le parti sono ricche di notazioni acute, nella prima si insiste giustamente sul carattere cristiano della città, sulla “religione del fare” che porta quasi a un appiattimento, dove “fare” diviene un sinonimo di “vivere”. Tra i caratteri della città c’è la bellezza nascosta (già rilevata da Stendhal) che fa parte di un

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generale understatement che però diventa poi un’incapacità di godere la vita (parola non a caso bandita dal lessico dei milanesi). Altre osservazioni riguardano la centralità della casa e della famiglia, una famiglia inclusiva, unita dal lavoro, che è la vera pietra angolare su cui si edifica la società milanese. C’è poi una lingua che definisce il milanese: l’esser "stracco” (una stanchezza fisica che diviene esistenziale), il “rodimento” (senso di rabbia inespressa verso le ingiustizie terrene),

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il “magone” (struggimento, senso di inadeguatezza verso la vita), il “bauscia” (il vantone che nasconde l’insicurezza attraverso l’invenzione o l’esagerazione dei propri meriti). Molte altre cose sarebbero da rilevare ma per chi si occupa di immagini è da leggere con attenzione la seconda parte dove si descrivono le “cattedrali di Milano”: il Duomo (e non piazza del Duomo), la Stazione Centrale e le piazze contigue (come non ricordare l’inizio di Rocco e i suoi fratelli), la Scala, il Politecnico e il Palazzo di Giustizia. Poi il

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Grande Sterro, quella zona attorno al Centro Direzionale, simbolo di una Milano mai nata. Poi i memorabili “quattro passi in Bovisa”. Doninelli raccontando il presente, la mutazione di genti, le poche nuove costruzioni, lo mette in relazione con il passato, mostra come ogni narrazione della città per risultare credibile debba essere complessa, stratificata e che l’ironia e la rabbia valgono se hanno un fondo di pietas. Il libro si chiude nel segno degli anni milanesi di Leonardo, della sua genialità applicata dove le tensioni e

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le nevrosi intellettuali si sciolgono in un agire progettuale che è tipico delle migliori stagioni della città. Accanto ai giusti rilievi sul declino della borghesia imprenditoriale, su una società divisa in classi, dai confini peraltro incerti, e sulla scomparsa del popolo (fenomeno comune a tutte le città italiane eccetto Napoli), si diceva che varie obiezioni possono essere mosse a Doninelli. Una per tutte: “scritti insurrezionali” richiama alla memoria “L’insurrezione di Milano “ (1849) di Carlo Cattaneo, figura

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archetipica del pensiero che si unisce all’azione e capostipite ideale di un’altra generazione di scrittori che si sono occupati di Milano. Milano diventa grande in senso moderno nella seconda metà dell’Ottocento perché riesce a incanalare virtuosamente le energie liberate dalla Rivoluzione francese che si mescolano a quelle della Rivoluzione industriale, producendo un’accelerazione della storia sul cui lento abbrivio ancora stiamo vivendo.

Il libro di Doninelli, la poesia di Loi (si legga ad esempio Scurengia, trumba!,cronaca

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di una manifestazione del 1969) ci insegnano che i modi di vedere Milano sono moltissimi (si pensi solo alla tradizione pittorica della realtà lombarda) e che ogni discorso serio sull’arte, può diventare internazionale, universale, ma nasce dalla zolla di terra o meglio dal pezzetto d’asfalto che calpestiamo ogni giorno.