Associazione Giovanni Testori

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Su Mantegna 1: Intervista a Giovanni Agosti

Officina milanese. Intervista a Giovanni Agosti a cura della Talpalibri, tratta da “Alias”, 10 dicembre 2005

Abbiamo rivolto alcune domande allo storico dell’arte Giovanni Agosti (Milano, 1961) in occasione dell’uscita del suo saggio Su Mantegna. Lo presentiamo qui a botta calda in vista poi di una lettura più meditata –, perché si tratta di un libro unico nella scena attuale: costruito amorevolmente lungo un torno di anni, con la scommessa, anche letteraria, di usare la filologia come momento di conoscenza del presente e “motore di ricerca

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per una critica della cultura.

In quale Milano esce il tuo libro su Mantegna, settecento pagine tra testi e immagini?

Esce adesso, in questa Milano qui, ma è stato pensato da tanti anni: città diverse, non solo Milano, ma anche Pisa, Mantova e Firenze, stanno dietro a questo lavoro. Tra i lati positivi c'è che il mio libro non è da solo: ha dei compagni accanto, curiosamente tutti di questi ultimi mesi. È come se persone sù per giù coetanee, affacciate ormai sulla mezza età, avessero sentito il bisogno di fissare magari per poi ripartire

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il senso di un tratto della propria storia individuale. Penso al libro che sta per uscire, nella collana dell’Università statale di Milano, di Rossana Sacchi sulla politica artistica di Francesco II Sforza, l'ultimo duca di Milano, mentre gli spagnoli sono alle porte: anche lì una montagna di pagine, uno scasso d’archivio da fare paura, una curiosità umana che, a tratti, commuove. Sento vicino anche l’atlante, tanto ben illustrato, di Alessandro Morandotti, sul tardo Rinascimento milanese: i giochi d’acqua della villa di Lainate che vengono

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eletti a capostipiti di curiosità che attraversano i secoli, sotto questo cielo; uno sguardo nuovo, anche, su certe cappelle del Sacro Monte a Varallo, dove viene per la prima volta dato spazio alle bestie più che ai cristiani. Prima dell’estate c’era stato il libro di Luca Doninelli, Il crollo delle aspettative, con lo sforzo di tracciare una topografia morale della città di oggi. Abbiamo suppergiù tutti la stessa età. E vediamo venire avanti quelli più giovani, con un senso di fiducia. Finalmente il lungo crepuscolo del gotico in Lombardia

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si riesce ad articolare in episodi precisi e in esperienze internazionali non generiche grazie al libro di Laura Cavazzini, imperniato su Jacopino da Tradate e sulle prime fasi del cantiere del Duomo di Milano; mi fa veramente dispiacere che Laura non lavori qui, vicino a me. Oppure mi viene in mente la monografia adulta che, sul crinale della giovinezza, Jacopo Stoppa ha dedicato a Morazzone, uno dei pittori “pestanti” di Testori. Spero anche di vedere presto stampato il bellissimo studio di Simone Facchinetti su Carlo Braccesco, l’“eques auratus”

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della pittura lombarda del Quattrocento, resuscitato da un saggio memorabile di Roberto Longhi, di cui adesso si è in grado di comprendere la genesi: mi immagino già le reazioni dei revisionisti. E poi c’è l’Associazione Testori con cui facciamo tante cose: adesso esce il libro su Testori a Varallo, un giro in Valsesia; ma prima c’erano stati Testori a Bergamo, Testori a Novate, Testori a Varese, Testori a Brescia...: l’idea è quella di verificare l’impatto sulla realtà di un artista così legato ai luoghi da lui amati o in cui è cresciuto.

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E poi, un po’ a vegliarci tutti, c’è Dante Isella, di cui è appena uscita la Lombardia stravagante: l’ultimo volume a comparire, ma il primo per cronologia dei contenuti, della sua trilogia di saggi sulla letteratura lombarda. È veramente confortante sapere che l’edizione critica del Fermo e Lucia di Alessandro Manzoni, diretta da Isella, su cui quotidianamente si affaticano Barbara Colli e Giulia Raboni, sta per arrivare alla fine: credo che il libro a marzo sarà fuori. E poi c’è la certezza che arrivano i libri nuovi di Arbasino: adesso

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li leggono anche i più giovani, li ammirano; sono contento quando vedo un mio allievo con L’Anonimo lombardo o La bella di Lodi o Le Muse a Los Angeles in mano: magari li prendono perché sanno quanto piacciono a me, ma poi mi dicono che si sono divertiti, che hanno imparato delle cose. Magari sono gli stessi che si sono ingegnati a trovare i fondi per ristampare anastaticamente l’History of Painting in North Italy del grande Cavalcaselle: e la distribuiscono gratuitamente. Di questo io sono contento, alla faccia dei punti e dei crediti di questa

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Università disperata.

Non è troppo roseo il quadro?

Ho provato a segnalarvi per una volta i dati confortanti. Lasciatemi aggiungere che in questa città Giovanni Frangi dipinge i quadri più belli che si facciano in Italia oggi; ci scappano anche i versi di Patrizia Valduga. E poi uno dei cuori di Milano: Rosanna Purchia. C'è da ragionare sulla povertà della cosiddetta narrativa; le distinzioni dei generi sono saltate, e sta bene. Ma resta che oggi la ricerca storica, almeno qui, è più creativa, più autenticamente sperimentale della letteratura

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d’invenzione. È più facile trovare un bel libro su un pittoreo uno scrittore del passato (per esempio quello di Simone Albonico su Renato Trivulzio, un poeta milanese del Cinquecento), che un bel libro di narrativa scritto da un mio coetaneo. Oggi è certo più facile imbattersi in un’edizione critica importante che in un romanzo importante. Questo non fa che confermare che la filologia, e in particolare la filologia d’autore, ha rappresentato una delle punte più avanzate della creatività culturale del Novecento. Sempre tenendo un osservatorio

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milanese, posso ricordare Andrea Canova, che ha pubblicato un paio di anni fa il Falconetto, un poema cavalleresco del tardo Quattrocento. Insomma c'è da lavorare: e tutte queste persone non si tirano indietro; si oppongono, come possono, alla situazione generale.

Che cosa intendi?

 Pensate che questa è la città dove si concentra il maggiore numero di case editrici e pensate alla situazione delle biblioteche pubbliche: all’Ambrosiana si deve pagare per entrare a consultare i volumi o a studiare i disegni, la Trivulziana è chiusa da anni per

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adeguare gli impianti, la Biblioteca d’Arte del Castello è stata sbarrata dopo essere stata riaperta... Come si fa a studiare? Chi può si riempie le case di libri: ma è chiaro che la ricerca originale diventa davvero difficoltosa. Eppure, nonostante questo, come vi ho appena detto, qualcosa si riesce a fare. Resta la rabbia però di vedere i soldi spesi per imprese non necessarie, ma perseguite solo perché più appetibili agli occhi dell’opinione pubblica.

Ti metti a fare del moralismo?

Da sempre, anche se non so per quanto tempo ancora. Quando

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vado al Castello Sforzesco e vedo nella pinacoteca, appena riaperta, tante luci saltate, tanti quadri prestati a mostre inutili, e dei cartelli dove c’è scritto che Fra Galgario è nato a Brescia, continuo a provare fastidio. Possibile che nessuno in sei mesi abbia corretto quei pannelli, scrivendo Bergamo al posto di Brescia? Ci vuole amore per le cose che si fanno. Quando a Brera vedo i quadri della raccolta Jesi esposti come alla Galleria del Sagrato di una volta, uno sull’altro, in un accrochage desolante, e per di più in uno spazio che

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è stato – fino alla mia generazione – il Corridoio di Franco Albini, mi cascano le braccia... Continua: vai a pagina 2