Associazione Giovanni Testori

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Chi mi ha educato a rischiare

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, un brano di Luca Doninelli, letto sabato 27 settembre 2008 al Teatro Rosmini di Rovereto, per il Convegno Educa . In un appasionato intervento sui suoi maestri - i due nonni, il maestro elementare, il padre... - Doninelli racconta tre indimenticabili "lezioni" di Giovanni Testori.

"Chiudo questa piccola galleria con Giovanni Testori, anche se la galleria continuerebbe. Ma io mi fermo al tempo della formazione. L'età adulta non è quella in cui non c'è più

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bisogno di maestri, ma quella in cui finalmente (forse) abbiamo imparato a imparare. Nell'uomo veramente adulto tutto ciò che incontra dovrebbe diventare fonte di apprendimento. Dovrebbe. Ma ci si deve aiutare. Guai all'uomo solo! dice la Bibbia. L'uomo solo è l'uomo che non impara più niente. Con Giovanni Testori ho passato, si può dire, gli anni della mia formazione. Anche su di lui, vorrei dire due o tre cose molto concrete.

Uno. Non smetteva mai di incitarmi al lavoro. Quando gli telefonavo, la sua domanda invariabile

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era: Come va il lavoro? Se mi presentavo da lui senza niente di scritto mi rimandava via. Leggeva quello che gli portavo sotto i miei occhi, senza curarsi del mio imbarazzo. Per fortuna ho imparato anch'io a non curarmi dell'imbarazzo. I suoi giudizi erano precisi e spesso pesanti. Se in uno scritto non avevo dato il 100% di me stesso si arrabbiava. Non gli interessava tanto la quantità di errori, ma la quantità di rischio di sé. E’ questo che rende un uomo educabile.

Due. Una volta, leggendo le bozze del mio primo libro (avevo

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24 anni) mi rimprovera per un errore grave. Ho scritto pressappoco: Non si può dire il senso di dolore e di impotenza che mi hanno preso entrando in quel luogo. Lui scuote la testa: No, no, no. Cazzo! Se sei uno scrittore devi cercare di dire, a tutti i costi. E come quando di fronte a una tragedia o a una cosa troppo bella si dice: non ci sono parole. Ma se le parole non servono lì, proprio lì, dimmi: a cosa cazzo servono?”

Tre. Una mattina passo nel suo studio per portargli un racconto. Cos'hai in mano, mi fa. Avevo appena

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acquistato il Meridiano Mondadori con tutte le opere di Baudelaire. Baudelaire era uno dei suoi grandi amori. Mi prende il libro tra le mani e lo apre su una poesia, Le vampyre, che io conosco bene. Ti piace questa? mi fa. E io: Molto, ma non riesco a interpretarla bene, c’è qualcosa che mi sfugge Lui: Interpretarla? Ti sembra che ci sia qualcosa da interpretare? E si mette a declamarla gridando a squarciagola. La poesia inizia con un toi, con un tu. Testori pronuncia, anzi, sputa quel tu puntando il dito verso di me. All'improvviso ho capito

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perfettamente la poesia, ho capito che prima non avevo capito niente, e soprattutto mi è stato chiaro, una volta per tutte, che la letteratura non è fatta di parole lanciate nel vuoto, ma di parole dette a qualcuno, e che il senso non è qualcosa che dimora sempre dentro di noi, ma qualcosa che si realizza attraverso rapporti e incontri nella misura della nostra disposizione a rischiare".

Luca Doninelli

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