Associazione Giovanni Testori

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L'Hamblette a Parigi

Nel 1972 dall'incontro tra Testori e Franco Parenti nasce Ambleto, primo capitolo della fortunata Trilogia degli Scarrozzanti di cui fanno parte anche Macbetto (1974) ed Edipus (1977). Il testo viene portato in scena per la prima volta il 16 gennaio del 1973 al Salone Pier Lombardo di Milano (oggi Teatro Franco Parenti), con la regia di Andrée Ruth Shammah riscuotendo un incredibile successo.

In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera pochi giorni prima della messa in scena, Testori descriveva il suo testo così: È il contrario di quello

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che si è abituati a vedere, soprattutto qui a Milano. È scarno, rotto, ruttante, violento e violatore, quasi trogloditico. Non conosce levigature e lenocinii. Penso che arriverà addosso al pubblico come una mazzata.

Nel 1994 l'Ambleto è stato tradotto in francese  da Jean-Paul Manganaro  e ora, per la prima volta, approda in Francia.

Con la regia di Gian Paolo Gotti l'opera andrà in scena al Teatro de l'Opprimé di Parigi dal 22 al 27 febbraio.

Di seguito è riportato un breve stralcio dell'intervista rilasciata dal giovane regista italiano

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Gian Paolo Gotti alle prese con il teatro di Testori. 

Come hai scoperto L’Ambleto ? Ti ricordi delle tue impressioni alla prima lettura di questa pièce ?

G.P.G. Ho letto questo testo nella mia adolescenza ed esso ha lasciato in me una traccia indelebile… mi strega tutt’oggi. Ciò che mi ha colpito, dapprima, è stata certamente la lingua, questa accozzaglia di dialetti, di latinismi, di parole prese spesso in prestito dal lessico di lingue straniere, questo modo di passare bruscamente da una lingua colta, alta, escatologica a una volgare,

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rozza, scatologica. Queste "montagne russe" provocavano, nel lettore che ero allora, una sensazione di vertigine! In un secondo tempo, l’evocazione dei paesini presenti nel testo mi riconduceva alla regione della mia infanzia, trasfigurandola: la pièce di Testori innalzava il mondo rurale a una sorta di regno immaginario, al contempo familiare e mitico. Infine la veemenza iconoclastica di questo testo, così come la furia anarchica che esprime, sposavano il mio modo di pensare di quel tempo. Oggi il regista che sono divenuto ne è ancora affascinato…

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In un certo senso direi anche più di allora.

Per leggere per intero l'intervista in lingua originale cliccare qui

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