Associazione Giovanni Testori

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Prorogata la mostra di Vincenzo Foppa

2002-03-03, Vincenzo Foppa, Brescia, Museo di Santa Giulia, Giovanni Agosti

Prorogata la mostra di Vincenzo FoppaUltimi giorni per non perdere la splendida mostra bresciana su Vincenzo Foppa. Un invito alla visita: fino al 30 giugno 2002. Ancora per pochi giorni Brescia ospiterà la straordinaria mostra bresciana su Vincenzo Foppa. Invitiamo tutti a visitarla per lasciarsi affascinare dal padre del realismo lombardo.

Sulla mostra: www.vincenzofoppa.it e Numero verde 800.762811

A Foppa Testori dedicò l'incipit di uno dei suoi testi critici

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più importanti, il famoso saggio su Martino Spanzotti del 1958:

"Man mano gli anni passano e scolorando se ne va anche la giovinezza, l'esperienza m'induce a dar un credito sempre più profondo e quasi a puntellar la vita della cultura a quelle immagini che, nate a contatto con alcune opere dell'arte, ne son diventate non solo i necessari traslati, ma i luoghi d'accolta d'ogni pensiero e d'ogni meditazione ad esse relative, le chiavi anzi che ogni critico, penso, tenga in serbo per i momenti più segreti del proprio lavoro;

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e questo con tanta più convinzione, quanto più tali immagini han dimostrato e dimostrano di durare ben oltre la riprova delle ripetizioni e degli studi, nello svolgersi stesso del tempo. Per scendere al concreto dell'esemplificazione, io ricordo come nelle visite che, ragazzo, facevo alla pinacoteca di Brera, vicino a tant'altre pale, il "politico" di Vincenzo Foppa mi desse, e non sapevo spiegarmi come, né d'altronde pago del calore che me ne derivava insistevo nel chiedermelo, l'impressione d'un grande armadio domestico,

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finito nelle sale d'un palazzo per le strane combinazioni di qualche trasloco o di qualche testamento; un po' insomma, quello che dalle nostre parte si chiama "el vestè". Appetto quello delle opere circonvicine, l'oro dei suoi scomparti, mi sembrava, lo ricordo bene, tanto meno lussuoso e tanto più vero da confondersi col colore e la sostanza stessa d'un legno stagionato, che avesse custodito per generazioni e generazioni i corredi di chissà quante spose, la biancheria di chissà quanti parenti e tutto lo strano

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armamentario d'oggetti e cose che piano piano, col tempo, in quegli armadi va a finire. Passati i tumulti dell'adolescenza, in cui molte cose m'attrassero senza darmi, non dico la quiete, che forse è un bene impossibile, ma neppure la dolorosa pace di coscienza che dà l'accettazione del reale, e rivisitate quelle sale, l'impressione e con essa quell'immagine mi riapparvero come se risalissero dal fondo della mia stessa esistenza a prendermi per mano in un'onda di commozione; una commozione che mi sembrò allora e mi sembra tuttavia

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simile a quella che si prova rivedendo dopo una lunga assenza la propria madre.Oggi, dopo che la necessità di volgere anche gli studi della critica invece che al traguardo della sapienza filologica, al chiarimento delle mie ragioni espressive, m'ha fatto tornare sul grande maestro lombardo come sul più antico dei padri, sull'avo silente e scontroso, quell'immagine ha finito col diventar per me un simbolo; il grande armadio s'è fatto il rifugio, la dispensa delle più lontane, delle più care e, direi, fraterne verità

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naturali; disserar quelle ante significa adesso per me trovarmi esemplato davanti e in un tempo storico ben preciso il modo d'essere nell'interno della realtà, d'essere insomma nel suo grembo".