Associazione Giovanni Testori

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Un poesia che ridà avvio

Un Petrarca devastato. O un barocco riscoperto in nuovi scenari e temperature. O cosa è l’essere altro di Testori rispetto a ogni sua coeva possibilità di poesia? E poi, è davvero altro? Certo lo è se si guarda alla cospicua tradizione che va da Montale a Sereni e ai seguenti, lombardi o no che siano. E lo è rispetto al magistero inquieto della pensosità di Luzi o del francescanesimo di Betocchi. Di Ungaretti condivise solo la dura figliolanza da Jacopone. Ma non quella da Petrarca (che Testori devasta nel midollo del canzoniere amoroso »
e nei suoi Trionfi), tantomeno da Leopardi. Altro fu Testori pure dalla geniale e torbida lucente eredità di Pasolini. Distante anni luce dallo sperimentalismo sociologico-letterario delle neoavanguardie, libero da troppi discorsi sterili. Ha sfondato, lacerato, o compresso fino a espanderli in altre direzioni molti dei nuclei e degli elementi presenti nella poesia intorno a lui. Ha guardato a Caproni, lo dice ripetutamente. Lo diceva a me ventenne che andavo a trovarlo in via Brera inquietando definitivamente quel che in me era già inquieto »
rispetto ai maestri che vedevo. Sentiva che il poeta del Franco cacciatore stava camminando su bordi simili, votato a uguali precipizi. In quel sodalizio a distanza si gioca (lo vide Raboni) una possibilità di altra direzione della poesia del Secondo Novecento italiano. E guardò a Rebora, non potendo però nemmeno stare nella sua pietra, nella cava bianca di travertino e aria in cui il grande dei Frammenti e poi del silenzio compose e ricompose. Aveva intuito però che le poesie rinate dal silenzio, fino a quelle più umili, occasionali, quasi »
minutaglia di voce e aria, ecco, erano le poesie che lui avrebbe voluto scrivere. Si mosse con libertà, con “protervia” secondo alcuni critici che diventavano matti dietro alla sua struggente non-metrica (come Aldo VIII Introduzione Rossi in un intervento su «L’Approdo»), mentre per altri fu la possibilità di risentire la voce della poesia (Frasnedi). Agglomerò nei suoi testi le parole antiche che venivano dal Sacro Monte di Varallo (quel «strangosciàs» della Mater) e accenti postfuturisti («legni esterefatti», «stazione missilistica »
sventrata», «leucociti»). Fu uno che – come di sé diceva l’amato Cézanne, a cui Testori dedicò uno dei suoi più intensi scritti – sentiva sanguinare gli occhi nel fissare le cose, il reale... Quello sguardo intenso e capace di realismo non naturalista che Testori lesse come un evangelico bussare perché ci venga aperto. Nel panorama della poesia – lo sentirono i suoi più acuti lettori, da Bo a Vigorelli – Testori fece qualcosa che obbligava chi non lo escludesse a priori a considerare un’altra strada rispetto a quelle conosciute, »
che poi strada non era, ma suo precipizio o gorgo. Un autore finale, si direbbe, alla fine di una tradizione, eppure capace come pochi altri di ridare avvio. Di mettere in movimento.